Les Miserables

di Tom Hooper (USA, 2013)
Il musical è forse la forma più funzionale per ridurre le oltre 1500 pagine del romanzo di Victor Hugo. Romanzo storico, dramma umano e sociale, melodramma ottocentesco, l’opera dello scrittore francese ha una ricchezza eccezionale che sfugge a una sintesi. Lo stile di scrittura che volentieri si abbandona a lunghe digressioni, lascia i personaggi per rincorrerne altri e poi ritorna sui suoi passi con grande naturalezza, non facilita la lettura dell’opera. Il musical consente un margine di manovra all’interno di questo ribollire di materiale. Intanto il genere denuncia apertamente il suo intrinseco essere finzione, come tale prende le distanze dal romanzo di Hugo, non pretende la palma del realismo (quindi della fedeltà allo scritto) perché allora ci si dovrebbe chiedere cosa sacrificare sull’altare del tempo concesso alla proiezione. Così ecco che il film sfiora una moltitudine di momenti per dar spazio alla folla di personaggi, attori di questa commedia umana dall’alto tasso di drammaticità. Il musical si dà per quello che è: spettacolo ricercato, anche raffinato, ma messa in scena nel senso letterale della parola. Invita il pubblico a lasciarsi prendere dal palcoscenico, dalle musiche e dalle parole, solo così le due ore e mezza di sottotitoli scorrono via, dopo il primo disagio, con semplicità. Lo scontro è tra Jean Valjean e Javert, ambedue mossi da un’etica integerrima, separati solo dall’afflato di solidarietà umana con cui la vive il primo contrapposta al rigore monolitico di adesione alla legge del secondo. Uno scontro reiterato in cui il destino ci mette del suo dal bagno penale fino a Montreuil, dove Valjean si è ricostruito la vita, poi a Parigi dove si è nascosto per badare a Cosette. Ma più che la vicenda, per molti versi oggi anacronistica, di certo lontana dalle odierne affabulazioni della narrativa cinematografica, il musical punta sui personaggi scegliendo il primo piano come inquadratura privilegiata, raramente abbandonandolo per scene di massa di cui peraltro non si preoccupa di contrabbandare un falso realismo. Il computer fa la sua ampia parte (i tetti e le facciate di Parigi) e non si nasconde affatto, perché il dramma raccontato è tutto personale. Anche gli ideali che muovono quei giovani sulle barricate sono espressione di animi irruenti pronti a morire per la patria, per la libertà, ma anche per l’amore.