ADAM

di Max Mayer (USA, 2009)
Adam è un giovane quasi trentenne affetto dalla sindrome di Asperger. Sembra un individuo assolutamente normale, ma la sua vita riservatissima nasconde questa forma di autismo caratterizzato da difficoltà nel relazionarsi, nello stabilire dei rapporti duraturi. La sua terribile onestà appare persino offensiva. Eppure lui ha dovuto imparare a chiedere cosa pensano gli altri, non riesce mai a capirlo da solo. Il mondo che lo circonda appare sempre molto più grosso della portata del suo sguardo: lo è l’universo infinito come la casa che gli rimane dopo la morte del padre. In questo spazio senza coordinate per Adam, Central Park è il cuore della sua esistenza. Ci va di notte. Ci scopre la coppia di procioni, li osserva e sembra trovare pace. Conosce Beth, la sua vicina di casa, e con lei riesce al più a dissertare sul big bang. Sembra il Piccolo Principe di Saint-Exupéry caduto sulla terra, descritto nel suo atto di attraversare la vita in punta di piedi, senza dare disturbo. Con Beth le cose sembrano prendere una piega diversa, ma non siamo di fronte alla solita storia d’amore. Lei è una maestra che legge la favola del Re Nudo ai suoi bambini: la verità, quella che Adam disperatamente non riesce a capire nelle persone, affligge anche lei sul lavoro, ma anche in famiglia dove ciò che sembra ormai acquisito e radicato sul forte terreno di amore filiale, presto si sgretola nello scoprire particolari nascosti della vita del padre. Con Adam nasce un sincero sentimento, eppure per ambedue questo rapporto sembra essere un’isola felice dove trovare qualche timida temporanea certezza. Niente zucchero su questa storia. Il film racconta tutto con estrema delicatezza, quasi in contrasto con la schiettezza del protagonista. È proprio questa riservatezza la cifra che distingue Adam da Forrest Gump, citato esplicitamente. Non c’è la ricerca della battuta, della situazione coinvolgente. Dallo spettatore il film chiede solo la disponibilità ad accogliere una storia di anime gentili, senza promettere il lieto fine (fortunatamente). Non sferra colpi bassi al cuore. Si limita a descrivere il bisogno di sicurezze di Adam, ma, allargando lo sguardo, parla anche di verità, dell’urgenza di sincerità nei rapporti umani, di autenticità che sembra essere territorio dei bambini, degli innocenti.