Piuma

di Roan Johnson (Italia, 2016)
Il titolo è anzitutto giustificato da una questione di stile. Consapevolmente il regista affronta un tema difficile come la responsabilità di fronte ad una gravidanza con “leggerezza”, ma non faciloneria. Se poi si riflette sull’età dei due protagonisti Ferro e Cate, 18 anni, è chiaro l’interesse di Roan Johnson: continuare a scandagliare questo momento di passaggio verso l’età adulta come già aveva fatto con “I primi della lista” (il disorientamento di fronte all’impegno politico) o “Fino a qui tutto bene” (la conclusione del percorso di studi). Ora l’occasione è data dalla gravidanza di Cate, che a pochi giorni dall’esame di stato e dalle sospirate vacanze estive, scopre di essere in attesa del figlio di Ferro, il coetaneo di cui da sempre è innamorata. Messo in discussione è ora l’immediato futuro: accettare la gravidanza significa rinunciare alla libertà di cui avevano goduto finora (viaggi, sesso, divertimenti). Ambedue sono convinti che è un problema che devono risolvere loro anche se lo affrontano in modo diverso: Ferro è più debole, rivela minor maturità, Cate sa essere convinta e decisa. Le famiglie avanzano soluzioni talora sbrigative, prospettano problemi, ma di fatto solo quella di Ferro riesce ad offrire loro un sostegno. Non è un dramma generazionale, tanto meno sociale. Roan Johnson intende dimostrare che, indipendentemente dall’età, i dubbi, le paure, la volontà di scegliere con consapevolezza, in una parola il senso di responsabilità sono presenti e muovono scelte, forse discutibili, ma non certo affrettate. Allievo di Paolo Virzi il giovane regista ha in mente l’americano “Juno”, ma anche dimostra una maggior empatia con i personaggi. Ricorre a dialoghi brillanti, una fotografia solare e un ritmo coinvolgente. La commedia non sminuisce il tema, semmai lo avvicina allo spettatore che si sente complice di un’avventura più grande qual è quella di una nascita con tutte le conseguenze che comporta.