Hugo Cabret

di Martin Scorsese (USA, 2012)
Georges Mèliés fu illusionista e pioniere del cinema a inizio Novecento. È lui che ha trasformato il cinema in spettacolo abbandonando lo stile documentaristico dei Lumière per dedicarsi interamente a raccontare delle illusioni sfruttando geniali trucchi. Hugo lo incontra nella stazione di Montparnasse dove Méliés ebbe effettivamente un negozio di giocattoli fino alla sua morte. Da questo dato storico Scorsese parte per costruire la favola del piccolo Hugo, una specie di fantasma della stazione di cui conosce i più reconditi passaggi, sempre impegnato nel mantenere in efficienza i meccanismi degli orologi. La storia di Hugo è storia di solitudine: ha con sé l’automa che il padre gli regalò poco prima di morire in un incidente di lavoro. È un pupazzo il cui “animo” interno, fatto ancora una volta di ingranaggi e leve, gli consente movimenti e vita. Così il film, al di là delle preziosità visive delle immagini, sposta il suo baricentro narrativo verso il cuore della vita. Sembra quasi ricordare che la struttura esteriore richieda un cuore pulsante che le dia senso. Così l’automa e i suoi ingranaggi, che con quelli dell’orologio sono la vita stessa di Hugo, diventano compagni del bambino, vengono caricati di un senso profondo che ricongiunge Hugo al padre. Così anche Méliés è l’artista che fa vivere i sogni, lui stesso burbero e scontroso all’inizio appare ben di altra stoffa conoscendolo meglio. Così il film diventa un omaggio la magia del cinema capace di cullare nelle illusioni per restituire all’uomo quella fantasia indispensabile ad affrontare la vita.