The Artist

di Michel Hazanavicious (Francia, 2011)
Bianco/nero e muto: è la scommessa del film per raccontare di quando il cinema era sogno ad occhi aperti, esperienza coinvolgente di sentimenti ed emozioni anche senza bisogno di parole e tanto meno di effetti speciali. Dietro il dramma umano e professionale di Valentin c’è la rivoluzione tecnica del sonoro che si manifesta a partire dal 1929 (anno che coincide con l’inizio della crisi economica!). Essa implica una revisione del linguaggio cinematografico non più basato esclusivamente sull’immagine (montaggio, inquadrature, luci), ma impone all’attore una recitazione più controllata nei gesti come nella mimica. I puristi furono nettamente contrari alla novità che si impose invece per motivi economici. Al film non interessa entrare nel merito della discussione teorica, quanto delineare l’immagine di un attore di fronte alla sfida tecnica. Lo fa abbracciando in pieno lo stile del muto quando il bianco/nero lasciava ampio spazio all’immaginazione. Muto, ma non privo di sonoro. Il cinema infatti non è mai stato “in silenzio”. La musica ha sempre accompagnato le proiezioni costruendo atmosfere, sottolineando situazioni. Così il film di Hazanavicious è arricchito da una colonna sonora fatta di musica e rumori quasi a confermare che il cinema è arte che lavora sulla meraviglia, sulle emozioni, prima ancora che sulla razionalità verbale.