Fiore Del Deserto

di Sherry Horman (Francia, 2010)
Waris Dirie, dodicenne somala che vive in una tribù nomade, è promessa sposa ad un anziano, si ribella al suo destino. Fugge prima a Mogadiscio poi riesce a raggiungere Londra dove vive in clandestinità fino a quando la sua bellezza non viene notata da un celebre fotografo che la introduce nel mondo delle sfilate di moda. Diventa così una celebre top model, ma usa il suo successo per farsi testimonial della campagna Onu contro la mutilazione femminile. Storia vera che ha il sapore della fiaba, ma non si perde nel sogno ad occhi aperti. La vicenda che racconta ha i contorni della fiaba solo perché si conclude nel migliore dei modi, realizzando un sogno impossibile, ma il cammino per arrivare a quel punto è costellato di dolore a cui il film non si sottrae (la scena della mutilazione su Waris ancora bambina è molto dura). Le costose scarpe indossate dalla modella solo parzialmente nascondono le cicatrici dei piedi, gli splendidi vestiti che indossa esaltano la sua bellezza ma dietro c’è tutta la sofferenza di un corpo che la violenza ha segnato. L’originalità e la forza del film sta proprio in questo andare oltre gli schemi classici. La storia della nuova Cenerentola che riesce a colmare la propria vita di felicità, è trama appetitosa per un film commerciale sia che si fermi solo al piano fiabesco sia che voglia metterci un pizzico di impegno parlando della forza di una donna. Ma la regista non si ferma al momento successo di Waris e restituisce lo choc delle sue rivelazioni sulla violenza che ha subito a tre anni inchiodando la vicenda non al mondo luccicante dell’alta moda, bensì alla denuncia di usanze brutali. Efficace l’interprete Liya Kebede, top model lei stessa. Lo stile del film appare asciutto, capace di restituire l’ingenuità dell’adolescente nel mondo londinese come la drammaticità delle sue esperienze.