La Corte

di Christian Vincent (Francia, 2015)
Xavier Racine, magistrato: voci maligne lo chiamano il giudice “a due cifre” perché dai suoi processi finiscono sempre con condanne a non meno di dieci anni. Lunatico, ma inflessibile nell’applicare la legge (anche se la verità è fuori dai suoi orizzonti) ha una vita anonima per certi versi anche insicura (sente di dover giustificare le sue passeggiate notturne) destinata ad essere sconvolta quando nell’aula del tribunale incrocia lo sguardo di Ditte, l’anestesista danese che anni prima l’aveva curato a seguito di un incidente e di cui si era innamorato. Una storia semplice che prende l’ambiente giudiziario quale prototipo della vita rigidamente incasellata in norme dove il margine all’improvvisazione è ristretto: una trama perfetta per Fabrice Luchini che restituisce con sapiente ironia la figura di questo “giudice” che ama precisare “presidente di corte d’appello”. Quell’amore di anni prima è stato archiviato nella memoria, sepolto dall’integerrimo lavorio di un uomo che applica la legge a cui ha votato la sua vita nascosto dentro il mantello bordato di ermellino (il titolo originale) che lo identifica nella sua funzione, ma non come uomo. Anche per lui l’imprevisto sconvolge la vita, lo costringe a compiere gesti che mai avrebbe pensato (chiedere alla giurata di incontrarsi in un bistrot). Ora è diviso tra la solennità del ruolo che ricopre e la voglia di lasciar finalmente emergere le proprie emozioni. Lui perfetto gestore (e censore) del linguaggio verbale, ora deve fare i conti con sguardi e atteggiamenti che comunicano con ben maggiore forza. Così il film sposta rapidamente la sua attenzione su questo insolito rapporto tratteggiando una commedia sentimentale raffinata mai scontata che lascia talora trasparire qualche problematica sociale o etica, ma vuole cogliere anzitutto le vibrazioni degli animi allorché la logica viene scalzata dall’irrazionale sentimento