Il Diritto Di Contare

di Theodor Melfi (USA, 2017)
Le “hidden figures” del titolo originale sono le figure nascoste che in termini matematici di identificano in calcoli e formule che a suo tempo consentirono la realizzazione del progetto spaziale statunitense. In termini umani indicano la figura delle tre donne protagoniste del film. Katherine Johnson, Dorothy Vaughn e Mary Jackson sono tre donne di colore che diedero il loro contributo fondamentale per la corsa allo spazio all’inizio degli anni Sessanta. Donne e per di più nere nell’America delle prime marce per i diritti, della Guerra Fredda che nello spazio gioca la carta dell’immagine persa dagli Usa, ma proprio per questo da riconquistare con la massima celerità. Si tratta cioè di ridare fiducia ad un popolo che si vede minacciato. Il clima di segregazione razziale si respira ovunque e le tre scienziate sono costrette a lavorarci dentro pressate dalla competizione in atto: l’astronauta John Glenn “deve” partire per lo spazio, perciò anche il dottor Stafford “deve” accettare suo malgrado di collaborare con una donna pure di colore. Le tre matematiche impegnate in calcoli complessi, prima dell’era informatica, si trovano relegate in un casermone da cui escono solo grazie alle loro capacità. Così il trio diventa simbolo di affermazione dei diritti delle donne e dei neri, punto di riferimento per successive lotte. Storia vera che racconta di un risvolto affatto conosciuto della spedizione di John Glenn. Storia di riscatto morale e intellettuale, di genere e di razza. Storia raccontata con uno stile molto tradizionale (presentazione delle protagoniste e percorso di emancipazione) che però sa essere accattivante, grazie anche alle interpreti. Il regista lascia che il soggetto affiori senza forzature. Lo stesso aspetto visionario di Katherine Johnson che all’inizio sembra tingersi di puro sogno, nel corso del film si colma di razionalità matematica senza per questo perdere di vista la vitalità con cui lei, come le altre due colleghe, affrontano la difficile prova. Il rischio, non sempre evitato, è di lasciar troppo spazio alla vicenda sottacendo al drammaticità della situazione sociale nella di Kennedy.