La Tenerezza

di Gianni Amelio (Italia, 2017)
Lorenzo è un avvocato in pensione dal carattere insofferente, non sempre in linea con la legalità, chiuso nella sua grande casa nel cuore di Napoli. Con i figli non ha quasi rapporti: Saverio pensa solo ai soldi, Elena gli vuole bene, ma sente il peso del silenzio dopo la morte misteriosa della madre che Lorenzo tradiva senza scrupoli. Dal nord arriva una giovane coppia: estroversi, simpatici, a prima vista perfetti, che in qualche modo riescono a far breccia nell’egoismo di Lorenzo che diviene quasi parte della famiglia. Un intreccio che Elena guarda con sospetto e un po’ di invidia. Storia di solitudini, di caratteri ruvidi, di improvvisi scarti violenti che smuovono l’atmosfera destinata ad appianarsi nella routine, nell’insipido vivere quotidiano dove anche i sentimenti più intimi rischiano di vanificarsi (Lorenzo ammette senza problemi di non aver mai amato sua moglie). In questo cammino di lento esaurimento viene trascinata anche la famiglia quella ormai sfaldata dell’anziano avvocato, quella a prima vista esuberante e sicura di Michela e Fabio, il quale però confessa di non aver molto da dire ai figli. Eppure in questa atmosfera di deriva i personaggi non si lasciano travolgere sono invece alla ricerca di una relazione che li salvi dal dissolversi. È la paura del non essere amati, la coscienza del non amare nel modo giusto. La tenerezza è così il sentimento che lenisce gli animi, che fa guardare all’altro con occhi comprensivi, consapevoli che la solitudine non deve essere l’ultima parola: “la tenerezza è un gesto, è prendere la mano anche di un estraneo. Voglio sbilanciarmi” dice Amelio. È un sentimento che il film non esplicita mai, però sempre sottintende nel confrontarsi con le sfumature delle emozioni declinate in toni talora delicati altre volte aspri e violenti sempre con un insopprimibile nostalgia di autenticità.