Gli Abbracci Spezzati

di Pedro Almodovar (Spagna, 2009)
“I film bisogna finirli, anche se alla cieca”, l’invito è rivolto anche al pubblico prima di un giudizio. In effetti la trama è un po’ complessa da seguire intrecciando passato e presente. Harry, che in realtà si chiama Mateo Blanco, si ritrova il passato tra le mani quando Ernesto Martel jr. gli chiede di girare un film sul suo rapporto col padre segnato dal rancore. Le loro vite si sono già intrecciate quando Mateo, regista di commedie, ha conosciuto Lena, moglie di Ernesto Martel padre. I due erano diventati amanti, scatenando la gelosia di Ernesto che pure aveva impegnato i suoi soldi per favorire la carriera di attrice di Lena. Dove il film sembra finire in un tragico incidente, proprio di lì riparte Almodovar dicendo che ha raccontato un dramma in veste di melodramma, una commedia per ricamare sui suoi temi preferiti: l’amore, ma anche la malinconia di rapporti impossibili tra amanti e tra padri e figli. La paternità è lo sfondo dell’intera narrazione. È il tumore del padre di Lena a dar il via al rapporto con Ernesto. È un figlio che odia suo padre a chiedere una nuova sceneggiatura a Mateo. Ed è un figlio che prende per mano l’adulto e lo accompagna verso il mare come fossero padre e figlio. E la riconciliazione col passato avviene attraverso lo svelamento di una paternità tenuta segreta. Il film è un condensato di generi: il melodramma, appunto, ma anche la commedia leggera e sentimentale, fino al thriller (le inquadrature delle scarpe, la ripresa dal basso al momento dell’”infortunio” a Lena). Lo stesso formato del fotogramma (guardare i bordi che si allargano e si restringono) ci ricorda che è un film nel film. Il cinema come arte dell’immagine, anche quando è immagine negata. La cecità di Mateo non significa che non veda: sono le sue mani che vedono. Lo lascia intuire fin dalle primissime immagini alla scoperta della donna che ha incontrato per strada. Lo ribadisce con un’immagine piena di delicatezza nelle due mani appoggiate sul video “rivedendo” l’ultimo bacio. Tante narrazioni vengono aperte nel film spesso servono per introdurre nuovi capitoli. Il cinema sa raccontare come nessun’altra arte, sembra dire il regista. Anche le parole paiono inadeguate se non vivificate (si senta la traduzione inespressiva della donna che legge sulle labbra i discorsi degli amanti per comunicarli al marito così geloso da aver ormai perso il senso della parola, il peso del suono ridotto a meccanica traduzione). O ancora la splendida costruzione della dichiarazione esplicita del tradimenti ricamata tra video e realtà, dove la fusione del raccontare e del vivere si fa ormai totale.