La Prima Neve

di Andrea Segre (Italia, 2013)
La formazione di Andrea Segre è anzitutto da documentarista. Con il primo film a soggetto “Io sono Li” dimostra la sua grande sensibilità nell’esplorare i paesaggi dell’anima inquieta per i dolori che la vita riserva. Con questo film torna a riflettere sui grandi temi dell’incontro, del dialogo sempre con uno stile che all’azione privilegia l’introspezione. Da documentarista sceglie un ambiente di confine per raccontare una storia di accoglienza. Pergine è un piccolo paese nella Valle dei Mocheni, in provincia di Trento, isola linguistica dove si parla il dialetto “mocheno” di origine germanica. Qui arriva Dani: è fuggito dalla guerra in Togo, poi dalla Libia. Nel viaggio ha “perso” la moglie ed ora è solo con una bimba. Qui vive Michele immerso nel dolore per la recente perdita del padre. Tra i due nasce una sintonia che va al di là delle parole. Fa da sintesi la figura dell’apicoltore Pietro la cui saggezza si esprime in poche frasi, in lunghi silenzi. “Le cose che hanno lo stesso odore devono stare insieme, come il miele e il legno”, dice Pietro, lo stesso è per Dani e Michele. La valle e il bosco sono i paesaggi innevati dove si tocca con mano l’ignoto verso cui si muove Dani, ma anche Michele nel suo difficile rapporto con la madre. In questo ambiente si sviluppa il tema dell’incontro tra culture che fa da sottotesto alla trama del film. Culture diverse che non chiedono di compenetrarsi, ma il rispetto reciproco. La paternità, tematica che si sviluppa parallela, è così insieme senso di responsabilità e trasmissione di un passato, cioè di una cultura. Una paternità che Dani fatica ad accettare e che a Michele manca lasciandogli un vuoto incolmabile: “Capita nella vita, dice il regista, che il dolore che hai dentro, anche quello più forte, più ingiustificabile, può trovare una sua strada di elaborazione solo se non rimani da solo con te stesso, o da solo con le stesse persone che hanno vissuto quel dolore. E’ innaturale essere figlio ad otto anni senza poterlo essere, e allo stesso tempo diventare padre vedovo nello stesso momento. Sono due dolori innaturali. Non c’è nessun modo per togliere l’assoluto da questo dolore. Esiste comunque la possibilità di esprimere questo dolore e dargli un nome e far uscire e costruire una possibile relazione con quel dolore tanto che si riesce a raccontarlo a qualcun’altro.” Segre avvicina questi temi lasciando spazio alla poesia e ai paesaggi: dal mistero del bosco viene la percezione del mistero della vita che avvolge i personaggi, che li riconsegna a se stessi e al dialogo con l’altro.