Zoran Il Mio Nipote Scemo

di Matteo Oleotto (Italia, 2013)
Paolo Bressan, tipo cinico e scostante, vive ai margini della comunità di un piccolo paese friulano. Per lui gli altri sono un ingombro, il lavoro un dovere mal sopportato e il bere un piacere cui ormai si è assuefatto. La sua giornata trascorre tra la casa di riposo dove lavora e le osmize, le tipiche trattorie friulane luogo di incontro. Il regista goriziano Matteo Oleotto spiega che “da noi fa freddo e piove per la maggior parte dell’anno: alla piazza, come luogo di aggregazione, abbiamo sostituito questi locali. Ti senti a casa, sono luoghi che aiutano la socializzazione”. E Paolo è un tipico avventore di questi locali. Un giorno scopre, con disappunto, che ha un nipote in Slovenia, Zoran quindicenne occhialuto, forse con qualche handicap mentale, ma abilissimo nel tiro delle freccette. Quale migliore occasione per vincere i 60 mila euro del campionato mondiale di freccette? Se Zoran attraverso questo gioco trova il coraggio di stare in mezzo alla gente e sentirsi accettato, per Paolo è un percorso per riscoprirsi diverso. Non c’è redenzione per lui, e quindi il film evita il banale buonismo dietro la scorza più dura. Di certo però Paolo è costretto a ripensare il proprio modo di vivere. Lo sapeva già quando lo strampalato nipote si è presentato, ma non poteva supporre che lo avrebbe costretto a guardarsi dentro. I personaggi godono dunque di una doppia anima e in questo assorbono il clima culturale del territorio di confine in cui vivono. Lo stesso film riesce ad evitare improbabili strade moralistiche, riesce a far emergere affetti umani pur in situazioni al limite del cinismo. Paolo è sgradevole e se ne compiace. Non cerca di ingannare lo spettatore, ma non si può non cogliere nelle pieghe della sua rudezza un fremito, subito annichilito, di semplice umanità. La sua voce si aggiungerà ad un coro per fondersi simbolicamente in una metaforica unità. Il tutto viene detto con un stile originalissimo, attento al dialetto friulano, alle tradizioni del luogo, alla sua cultura che intesse i personaggi rendendoli vivi e credibili.