Happy Family

di Gabriele Salvatores (Italia, 2019)
Pirandello è il riferimento d’obbligo per i sette personaggi di Salvatores che interagiscono con la vita del loro autore Ezio per cui “scrivere è la cosa più bella del mondo”, salvo poi ricredersi quando l’ispirazione mostra il fiato e le sue creature si fanno invadenti. Allora vorrebbe chiudere la porta, con tanto di dedica finale, ma i personaggi dal buio dello schermo protestano: non li si può lasciare a metà della vita, anche loro in fondo hanno dei diritti, per primo quello della felicità. La vita però è avara di questo dono sempre insidiato da quell’elenco impressionante di paure sciorinato all’inizio. Nonostante ciò però la grande famiglia di Salvatores è felice intorno al suo creatore Ezio. Non sfugge mai una lacrima anche laddove la paura più grande, la morte, presenta il conto a Vincenzo. C’è sempre la possibilità di sognare un ultimo viaggio, di filosofeggiare sulle onde del mare e infine morire guardando in faccia l’infinito dell’oceano dalla luce accecante. È una dei pochi esterni realistici, tutti gli altri sono inquadrati con tagli surreali sottraendo a Milano quell’aria di metropoli affaccendata e restituendogli un clima familiare per cui sulle sue strade si può tranquillamente andare in bici o srotolare il filo della vita lungo il pacifico scorrere del Naviglio. Il resto sono tutti interni e inquadrature frontali molto teatrali, come denuncia il sipario che si apre e chiude a incorniciare il film. Teatrale è anche la correzione che Salvatores impone a Pirandello. Di tanto in tanto sembra di assistere alla messa in scena di un testo di Ionesco che scombussola volentieri il senso della trama e affida a una citazione di Groucho Marx (comico dalla filosofia assurda) il compito di fondare lo stile paradossale del film: “Preferisco leggere o vedere un film che vivere, perché nella vita non c’è una trama”. Così nel momento in cui si manifesta il massimo dell’armonia, il concerto di Chopin, Salvatores fugge in un contrasto affascinante sui tetti di Milano con un bianco/nero e passaggi visivi che rimandano alla prima parte di “Entre acte” di René Clair, non a caso esempio di surrealismo cinematografico. È quindi inutile che Ezio si arrabatti per creare una trama ai suoi personaggi. Qualcosa gli sfugge sempre nel suo gioco di incastri casuali come il gabbiano che vola su Milano o il campanello da suonare sulla porta accanto o l’incidente in bici che riunisce intorno al tavolo i sette personaggi (cena per altro sconvolta dall’irruzione della nonna il cui Alzeihmer torna a scompaginare il formalismo intorno al tavolo). Trovare un senso alla storia inventata da Ezio sarebbe conferirgli uno statuto di verità o realismo, che non è dato alla vita. Vera o falsa non è essenziale la risposta. Salvatores qui vola alto, saggia le potenzialità del rapporto narratore-racconto nella storia banale del criceto che Ezio non conclude, per cui tutti stanno ad aspettare il finale. È invece uno dei