Il Riccio

di Mona Achache (Francia, 2009)
I Joss sono ricchi, ma pagano questa ricchezza con un vuoto esistenziale che solo la piccola Paloma riesce a razionalizzare con una lucidità persino eccessiva. Gira sempre con una videocamera perché vuole fare un film che documenti l’assurdità della vita e insieme teorizza il proprio suicidio allo scoccare del suo dodicesimo compleanno. Tutt’altra vita conduce Renée, 54 anni, vedova, portinaia. Sempre discreta, appartata, persino burbera quando qualcuno cerca di entrare nel suo spazio. Eppure nasconde un animo che si discosta dalla sua apparenza. È un riccio, la definisca la ragazzina: il riccio è un animale “bordato di aculei, ma all’interno ferocemente solo e orribilmente elegante”. È vero sarà il signor Ozu, il nuovo inquilino a costringere il riccio ad uscire dalla sua tana, a rivelare la sua bellezza. La struttura ad antitesi è troppo evidente per essere fondamentale: piani nobili e sgabuzzino della portinaia, frivolezza di vita e umiltà, falsità da psichiatria e genuinità, estremi che sfiorano la banalità. C’è qualcosa di più profondo. L’autrice del romanzo, che pure ha parzialmente disconosciuto il film, è docente di filosofia e probabilmente conosce le pagine di Sartre sullo sguardo, perché è tutto su di esso che si gioca la versione sullo schermo. La videocamera svela anzitutto la bambina che si auto presenta con uno sguardo in macchina freddo come lo sono le sue elucubrazioni su vita e morte. Ancora smaschera quel che c’è sotto il tavolo da pranzo: dietro la formalità dei dialoghi, di nascosto c’è chi si mette in libertà con i piedi, chi passa le briciole al gatto. Il visto e il nascosto, la forma e l’essenza: lo sguardo va in profondità. La ragazzina si autocompiace di simulare la propria morte, quasi con un impossibile sguardo per vedersi morire. Ma c’è anche del positivo: lo sguardo mette a nudo, Sartre insegna, ma a differenza del filosofo francese, per restituirci alla vita. Gli altri, il loro sguardo non sono l’inferno, sono anzi il paradiso perché costringono Renée a guardarsi come nuova, a lasciar libera l’eleganza del riccio. Del resto anche Renée si racconta davanti alla videocamera e si descrive come la vedono gli altri, come “l’archetipo della portiera. Non amata, ma tollerata. Sgradevole, vecchia, arcigna, con l’alito di un mammouth”. La bambina ha uno sguardo in profondità. Continuamente si aggiusta gli occhiali sul naso: troppe volte per essere un gesto insignificante. Lei vede oltre la porta misteriosa di Renée. Nel diorama che le dona la ritrae seduta in mezzo ai libri, eppure non ha mai aperto quella stanza dagli scaffali pieni di volumi. La scoperta del tesoro di una persona passa dunque attraverso lo sguardo di altri che cambia il punto di vista sull’uomo. La stessa bambina alla fine è ben diversa da quando l’abbiamo conosciuta: non morirà più il giorno del suo compleanno perché Renée l’ha salvata dai suoi stessi pensieri. Un film raffinato fin