500 Giorni Insieme

di Marc Webb (USA, 2009)
Il tono al film viene dalla didascalia iniziale che a quella ormai scontata “ogni riferimento a persone o cose è puramente casuale” abbina la postilla “specialmente per te Jenny Beckman. Arpia”. Non importa chi sia questa Jenny, ma l’uso che viene fatto di questa allusione che smonta la classicità dell’esordio attraverso un’ironia acida. È come avvertire: ciò che vedrete è frutto di fantasia, che non necessariamente significa starsene con i piedi per aria. Un’ambiguità di fondo che pervade tutta l’opera prima di Marc Webb, giovane regista di videoclip capace di trasferire in un piccolo soggetto uno spirito vagamente sovversivo. Cosa c’è di più banale di un racconto di due che si incontrano, si amano e si lasciano? Già abusato anche il colpo di fulmine, gli occhi in cui perdersi, i gesti timidi, le delusioni e gli slanci d’amore. Dove trovare originalità nel racconto di una storia di sentimenti se non nella tecnica, visto che il contenuto è ormai inflazionato da ben altri mostri sacri, volti e firme. Anzitutto spogliando personaggi e soggetto di ogni convenzione. Si comincia dalla fine, da una panchina su un paesaggio urbano dove due innamorati si trovano seduti l’uno accanto all’altro. È il giorno 488 e una voce narrante ci informa che stiamo per vedere “la storia di un lui e una lei”. Lui si chiama Tom, “cresciuto nella convinzione che per essere felice bisogna avere una donna accanto”. Lei è Sole, cresciuta nella progressiva indifferenza a tutto persino al taglio dei suoi lunghi capelli. Ma attenzione precisa ancora la voce fuori campo “non è una storia d’amore” quella che stiamo per vedere. Spiazzanti dunque i primi fotogrammi. Giusto il tempo per i titoli di testa lineari nel riassumere la vite parallele, poi tutto si scompagina e il film prende a sfogliare il calendario dei sentimenti. Colpo di fulmine, peccato che Tom sia l’unico ad essere incenerito, mentre lei ne esce illesa! Quando siamo all’apice del sentimento una battuta lo fredda, “noi due dovremmo smetterla di vederci”. Sempre spiazzante, il soggetto del film scardina l’ordine logico. Un contatore dei giorni ci ricorda a quando riferire un fatto, ma è sempre un andare e venire nel tempo con assoluta libertà. Si costruisce così un mosaico che sui sentimenti non intende dire nulla di più di quanto già sia stato detto, ma punta tutto sul come dirlo. Con una voce fuori campo che ironizza sull’“era destino”, con lo schermo che si spezza in due per parlare di storie parallele che poi si incrociano e infine divergono, con personaggi capaci di giocare con i propri ruoli coscienti di essere sempre sul crinale di una storia da non prendere sul serio. Originalità che non è però confusione. Il regista è abile nel conferire al film un ritmo spigliato e accattivante, nel solleticare lo spettatore a vedere come andrà a finire, anche se già sa tutto. La scommessa non è nel contenuto, ma nella forma.