L'Uomo Che Verrà

di Giorgio Diriti (Italia, 2009)
Raccontare la strage di Marzabotto dell’autunno 1944 è una scommessa che Giorgio Diritti affronta senza cadere nella retorica. Il ricorso allo sguardo innocente di Martina gli consente di descrivere un male che trova tante forme per manifestarsi. Non sono solo i tedeschi a incarnarlo. Avvolge la vita trovando forme diverse per uscire allo scoperto. Martina registra in un diario queste esperienze, ma anche le sue emozioni di fronte a una vita semplice a contatto con la natura, metafora di un’armonia lontana sconvolta dalla Storia degli adulti. In un crescendo di tensione Diritti ricorda che l’uomo può sprofondare negli istinti più brutali di fronte a cui la bellezza della natura, la semplicità di tanti sono fragili segni di una vita che non vuole finire, di una speranza che è anima della resistenza alla barbarie. Così il nuovo fratellino che nascerà potrà essere veramente “l’uomo che verrà”, l’uomo nuovo per una vita più umana. La scelta stilistica del regista è quella della semplicità che contrasta con la violenza verso cui si incammina la vicenda. Un paese contadino, le sue tradizioni, il suo dialetto costituiscono l’ossatura della narrazione che così avvicina i terribili fatti storici alla realtà umana in cui si calano. Tenendo fede all’ispirazione poetica che viene dalla scuola di Olmi, il regista pone l’accento sui piccoli gesti, sui rapporti intimi, sulla natura spettatrice del dolore, ma anche testimone di un’ansia di vita che superi la brutalità della guerra.