L'Ordine Delle Cose

di Andrea Segre (Italia, 2017)
Con “La prima neve” Andrea Segre mostrava l’immigrazione attraverso gli occhi di chi la vive in prima persona con i problemi di integrazione sottesi, con questo film il regista cambia punto di vista. Ora la storia è raccontata attraverso l’esperienza di Corrado, funzionario del Ministero degli Interni specializzato nella gestione dei traffici umani. Per lui l’ordine nel lavoro e nella vita, come negli atteggiamenti o negli stessi vestiti, è un segno distintivo fino all’esasperazione (raccoglie e allinea perfettamente tappeti e bottigliette di sabbia). Tutto rientra in gesti e scelte controllate. Un ordine che nel caos della Libia trova un duro banco di prova. Corrado è abile nel gestire vizi, desideri e necessità, nel volgere a suo favore le situazioni, nell’amministrare risarcimenti in denaro o tenere a debita distanza i potenti. Per questo l’incontro con Swada, giovane somala che vuole raggiungere il marito in Finlandia, cambia l’orizzonte. Quanto lasciarsi coinvolgere personalmente in questo dramma per realizzare un sogno? Segre con piglio documentaristico segue il personaggio e attraverso il suo sguardo apre sull’argomento immigrazione, ma è attento a non riproporre situazioni già viste. Qui il dramma è anzitutto interiore all’animo di Corrado. Il suo ordine, garanzia di efficienza per gli altri, di certezze per lui, funziona fin tanto che rimane nell’ambito burocratico. Quando però instaura un rapporto con la giovane le sue sicurezze vacillano: salvare una vita o riaffermare l’ordine delle cose che fa parte di lui? Mai abbassare la guardia, non guardare negli occhi l’altro, non provare compassione: sono i pilastri fondanti di quest’ordine: “Quello che volevo raccontare è proprio il funzionario, stretto fra le indicazioni della politica e il richiamo dell’umanità” dice il regista. Corrado non è cinico, non sfrutta il dolore altrui: svolge semplicemente un ruolo per cui è stato ingaggiato. Ma i dubbi stravolgono il suo animo e gli infondono quel senso di umanità che, forse, mai l’ha abbandonato.