Mr. Ove

di Hannes Holm (Svezia, 2017)
Mr. Ove è tutto nella prima scena: al supermercato fa polemica con la cassiera per un mazzo di fiori in offerta. Il solito 2x1, ma lui ne vuole solo uno e non sopporta che glielo facciano pagare a prezzo intero. Mr. Ove è così: rigoroso, metodico (ogni giorno lo stesso giro nel quartiere dove abita). Impegnato a mettere ordine nel mondo si scontra con tutti coloro, anche con gli amici più cari, che non capiscono il suo “duro” lavoro. Vedovo, senza una famiglia, fin da bambino poco propenso a stringere relazioni, capace di tagliare i ponti solo per una questione di auto, Mr. Ove ha la vita stravolta dall’arrivo di una giovane famigliola. Eppure lui ce la mette tutta per conservare la sua burbera integrità. La sceneggiatura gioca sulla dimensione alienante del perfetto mondo svedese: casette ordinate intorno a un vialetto sempre pulito con un capoquartiere al servizio di questo microcosmo. La tecnica di ripresa non insiste su movimenti di macchina, bensì, di nuovo, fissa in inquadrature il piccolo quartiere. Dietro la facciata c’è una raggelante burocrazia che nel fornire servizi nasconde intrallazzi, nel garantire un ordine calpesta le relazioni umane. Mr. Ove è il perfetto ingranaggio di questo meccanismo destinato a incepparsi laddove i sentimenti più elementari si impongono. Ironica la malattia di Mr.Ove: finisce in ospedale perché ha “il cuore troppo grande”. Commedia amarognola e delicata che smonta il mito della società svedese perfetta e riconsegna all’individuo e alle sue scelte di vita il compito di rendere vivibile il mondo che lo circonda. Per fare questo è sufficiente aprire gli occhi su chi è intorno. Allora anche l’amico costretto su sedia a rotelle può per la prima volta tornare a sorridere oppure si può scoprire la gioia di sentirsi chiamare “nonno” da una bambina conosciuta da poche settimane e magari capire che tutto sommato anche dopo la morte qualcuno ricorderà il burbero dal cuore gentile.