Finché c'é Prosecco c'é Speranza

di Antonio Padovan (Italia, 2017)
In una cantina un uomo accarezza una bottiglia di prosecco. È il conte Desiderio Ancillotto, famiglia di vignaioli, che subito dopo si toglie la vita con un gesto teatrale e improvviso: nel cimitero del piccolo paese, bevendo una delle sue bottiglie su cui ha scritto “bevuta nel giorno dell’ultima battaglia”. Una battaglia misteriosa che combatte da tempo e continua nei giorni successivi con una serie di morti tutti in qualche modo riconducibili al conte. Indaga su questi casi l’ispettore Stucky, cinico e distaccato all’inizio poi coinvolto anche personalmente. Il film cresce lentamente come il vino di cui porta il nome intorno ad atmosfere che volentieri si tingono di nero, ma non si fermano al semplice giallo. In una terra “dove ti seppelliscono in piedi per far spazio al prosecco”, le colline su cui si distendono i vigneti sono interessate da problematiche che nulla hanno a che fare con la produzione del vino, ma che possono influenzarla negativamente. Grandi interessi economici si giocano dietro il volto di questo paesaggio campestre dalle placide curve collinari. In questo modo Antonio Padovan costruisce una narrazione che va a toccare temi importanti come l’ambiente e l’inquinamento, ma anche lo sfruttamento dissennato del territorio (non a caso la realizzazione del film non ha trovato grandi appoggi economici). Riesce però anche a stabilire un ponte tra rispetto dell’ambiente e relazioni umane. C’è in tutto il film una nostalgia per un modo di vivere passato in cui dalla lentezza delle decisioni e dei gesti traspariva saggezza, capacità di dar tempo alle cose, alle persone e al territorio “non esagerare, per chiedere alle cose un po' meno di quello che ti possono dare" e in questo scarto di tempo sta il segreto di una vita equilibrata e, perché no, di un buon prosecco.