Miracolo A Le Havre

di Aki Kurismaki (Finlandia, 2011)
Il cinema di Aki Kaurismaki presta da sempre un’attenzione particolare a quelle persone che si trovano per scelte o per costrizione ai margini della società. In questo caso il porto di Le Havre è simbolicamente il luogo in cui convergono sogni di libertà e dignità di clandestini in cerca di fortuna. Il loro destino si intreccia con quello di chi per scelta, come Marx e Arietty, vive accontentandosi di poco. Kaurismaki precisa che non vuole essere un film realistico e sociale, anche se gli inserti sull’intervento della polizia contro i “sans papiers” a Calais del 2009 mantengono tutta loro drammaticità. Il regista, convinto che “oggi più che mai c’è bisogno di speranza”, propende per uno stile da fiaba dove l’assurdo può anche capitare senza bisogno di spiegazione (come il poliziotto che sa compiere un gesto di generosità o l’apertura del container dove sono vissuti i clandestini fuori da ogni realismo). In questo mondo semplice è ancora rintracciabile la solidarietà e l’aiuto verso chi è meno fortunato, è ancora possibile che uno scrittore come Marx rinunci alla popolarità, ai soldi per diventare lustrascarpe. Kaurismaki mentre racconta una fiaba con uno stile essenziale e antirealistico, non chiude gli occhi sul dolore, sulla fatica che pesa sull’uomo (il clandestino, la malattia di Arietty), ma addita, senza per altro alcun moralismo, nel reciproco aiuto la strada per affrontare le difficoltà della vita.